Lotta all’evasione: percorso di crescita culturale

Telefisco 2011 è stato occasione, oltre che per un puntuale aggiornamento tecnico sulle novità fiscali, anche per un chiarimento della natura non conflittuale dei diversi punti di vista, sul modo più utile per combattere l’evasione, emersi in un recente scambio di note tra agenzia delle Entrate e Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.
Nell’evidenziare i rischi di conflittualità derivanti dalla moltiplicazione degli adempimenti (tutti sicuramente utili, ma taluni forse più gravosi che utili, o comunque più complessi di quanto potrebbero essere senza intaccarne l’utilità) e il disequilibrio tra norme pro fisco e norme pro contribuente su temi come quello delle compensazioni e come quello dell’accelerazione della riscossione senza creazione dei presupposti per una pari accelerazione dei tempi della giustizia tributaria, i commercialisti italiani non vedono nell’Agenzia un avversario, ma piuttosto un alleato con cui interloquire, per cercare di trovare, ognuno per il proprio ruolo, un punto di incontro tra esigenze di copertura del bilancio dello Stato ed esigenze di tutela di cittadini e imprese.
Ciò che rende non solo da oggi estremamente scivoloso il crinale dell’inasprimento della lotta all’evasione, è che esso è spesso stato utilizzato in questi anni dai vari governi che si sono succeduti, quale che ne fosse il colore politico, non come un fine di crescita anche culturale del Paese, ma come un mezzo di copertura finanziaria di impegni di spesa.
Fino a quando i proventi derivanti dalla lotta all’evasione non saranno considerati come un fondamentale obiettivo di extra-gettito, da utilizzare a posteriori per ridurre le imposte a chi già le paga (il famoso e condivisibile "pagare tutti, per pagare meno") o per ridurre un passo alla volta il debito pubblico, bensì saranno risorse già impiegate che devono entrare in quella data misura costi quel che costi, il rapporto tra fisco e contribuente non potrà mai essere fondato su un percorso di crescita culturale di lotta all’evasione, ma soltanto su una questione meramente finanziaria di recupero del gettito.
Fino a quando permarrà questa situazione, i primi a soffrirne, dopo i contribuenti, finiranno per essere proprio i vertici, i funzionari e i dipendenti delle Entrate, costretti ad essere valutati sulla base di obiettivi di risultato che inevitabilmente dovranno privilegiare il dato quantitativo del recuperato, rispetto al dato qualitativo della numerosità e della adeguatezza tecnica dei controlli effettuati.
E se l’obiettivo che ti viene dato è raggiungere un budget di incasso, prima ancora che dimostrare di aver fatto controlli efficaci, può inevitabilmente accadere che, una volta avviata una verifica, si possa essere portati a vedere quel che è opportuno trovare (un contribuente da sanzionare), piuttosto che quello che si è davvero trovato (un contribuente onesto).
Che questo pericolo sia presente anche nei pensieri dei vertici dell’Agenzia lo dimostrano i ripetuti ed apprezzabili inviti rivolti agli uffici periferici in merito alla necessità di mantenere un atteggiamento equilibrato e non vessatorio in sede di verifica. Pur nella ovvia diversità dei ruoli e dei punti di vista, i vertici delle Entrate e quelli dei commercialisti dicono alla fine cose molto più simili di quanto non sembri: serve equilibrio, altrimenti rischiamo di trasformare quella che deve essere anzitutto una battaglia di crescita culturale in una pura guerra di accertamento e riscossione.
La sinergia tra queste due istituzioni e queste due visioni così diverse eppure così simili, è l’unica via per avvicinare le esigenze dei cittadini intesi come collettività e quindi Stato con quelle dei cittadini intesi come singoli individui e quindi contribuenti.

Fonte: Claudio Siciliotti Presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili

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