Attilio Befera: La lettera – I miei due cani e il Fisco

Caro direttore, in Italia, quando si fanno interventi per rendere un po’ più efficace il recupero dell’evasione, la tentazione di alzare paletti e barricate è molto forte da parte di chi la lotta all’evasione, in realtà, non la vuole affatto o, tutt’al più, la vuole soltanto nel giardino altrui. Non di rado ci si scherma dietro «scudi umani». In questo caso, invece, si profila un’operazione più sofisticata, che accoppia «scudi umani» e «scudi animali». Lo «scudo umano» è dato da teneri bambini e da mogli abbandonate cui un Fisco crudele intende negare un’amorevole pet therapy. Lo «scudo animale» è dato dai cagnolini di cui pare si annunci ormai una strage, perché i loro poveri padroni non sarebbero più in grado di mantenerli per le grinfie sempre del Fisco crudele, che intende fare loro carico di buona parte del risanamento della finanza pubblica, scatenando contro di essi e le loro povere bestiole «la peggior vessazione fiscale in tutta Europa». A 24 ore dalla presentazione del redditometro c’è già chi — i veterinari, come riferito dal Corriere della sera di ieri — ha sollevato le proprie buone ragioni per essere esclusi dal redditometro. Probabilmente nei prossimi giorni ci saranno altre categorie che forniranno le loro buone ragioni per essere ugualmente esonerati. Si scomodano persino le cupe utopie raffigurate da uno dei più geniali romanzieri del ‘goo, descrivendo così ciò che starebbe avvenendo: «E l’ennesima allucinazione del Fisco nazionale, un quadro visionario degno della ribellione descritta nella Fattoria di George Orwell». Prima che si scateni la ribellione degli animali, proverei a sgombrare il campo da equivoci. Il redditometro non misura la ricchezza, ma il reddito effettivamente speso, mettendo insieme ben cento voci di spesa, che tengono conto anche del territorio e del nucleo familiare. Le spese veterinarie sono solo una di queste cento voci che aiutano a «fotografare» complessivamente la capacità di spesa della famiglia e che, per la verità, incidono marginalmente rispetto ad altre sicuramente definibili di «lusso» e che sottendono situazioni di notevole disponibilità economica. Le spese veterinarie sostenute, quindi, come altre, non vengono assunte individualmente ma valutate all’interno di un contesto più ampio, al fine di selezionare situazioni di rischio, senza nessun automatismo. I veterinari, fino a prova contraria, non lavorano gratis e, quindi, a giusto titolo entrano nel paniere. E chiaro che un contribuente che possiede uno yacht o conduce un tenore di vita alto, e non dichiara un reddito adeguato, non deve certo preoccuparsi delle spese sostenute per il suo animale da compagnia. Stasera, tornando a casa, non avrò bambini cui dare un buffetto sulla guancia. Mi aspettano però il mio alano e il mio bassotto. Spero di trovarli festosi come sempre, a meno che qualcuno non abbia ad essi ventilato che cosa il loro, fin qui amato padrone, starebbe ordendo in Italia ai danni dei cani di compagnia.

ATTILIO BEFERA *direttore dell’Agenzia delle Entrate ***

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