Diminuiscono i ricchi nelle regioni dell’Italia settentrionale

L’Italia dei redditi si accorcia, ma non è un bene. Il punto dolente sono le entrate medie registrate nelle dichiarazioni 2010 dai contribuenti delle regioni del Nord, che in genere arretrano rispetto all’anno prima o comunque non riescono a tenere il passo, non proprio travolgente, della media nazionale, mentre nel Mezzogiorno la dinamica si mostra un po’ più vivace. Questa regola generale trova un’eccezione, rappresentata dalle regioni a Statuto speciale: Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta fanno ancora una volta meglio rispetto agli altri, e allargano i confini di prosperità rispetto ai loro vicini.
La nuova fotografia territoriale dei redditi Irpef 2009, denunciati da 41,5 milioni di contribuenti nelle ultime dichiarazioni, dipende da molti fattori, non tutti immediati. Il benchmark per capire se un territorio soffre un po’ troppo della gelata dell’economia è il non esaltante aumento dello 0,8% realizzato dal reddito medio nazionale, che quest’anno supera di un soffio la soglia dei 19mila euro grazie a una dinamica esattamente identica al tasso di inflazione dell’anno: sei regioni su 21 (i dati dividono la provincia di Trento e quella di Bolzano) stanno sotto l’asticella, e sono tutte le più ricche. Il numero più opaco si incontra in Lombardia, che rimane la primatista del reddito nazionale con 22.430 euro per contribuente, ma in media i contribuenti lombardi perdono in valore assoluto lo 0,5 per mille rispetto all’anno prima: calcolando l’inflazione, il rosso quasi si triplica. In territorio negativo si ferma anche l’Emilia Romagna (20.520 a contribuente, con una flessione dello 0,2%), Veneto e Piemonte praticamente raggiungono la stessa cifra dell’anno prima e Lazio e Marche staccano il gruppo dei «ricchi», ma senza correre: solo la Toscana riesce a stare in media con il dato nazionale.
Il Mezzogiorno, una volta tanto, si incontra nelle parti alte della classifica, occupata da chi è cresciuto più della media nazionale: la performance migliore è quella della Basilicata, che mostra un tasso di crescita degno di tempi migliori (+2,2%), ma anche Campania (+1,8%) e Sicilia (+1,7%) doppiano abbondantemente la performance nazionale. Certo, le differenze storiche non si cancellano d’un colpo, e i valori assoluti dei redditi offrono una scansione più tradizionale: dietro Lombardia e Lazio si incontrano Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna, mentre le «brillanti» Basilicata e Calabria chiudono la graduatoria. In Calabria le dichiarazioni fiscali parlano di entrate medie da 13.860 euro per contribuente, cioè il 38,2% in meno rispetto ai 22.430 dei lombardi. La forbice, però, si sta chiudendo, e anche l’Abruzzo, che nel 2009 è stato sconvolto dal terremoto dell’Aquila, con il suo aumento medio dell’1 per cento riesce a superare la media nazionale. Come mai?
I motivi sono molti, e si possono passare in rassegna senza dimenticare che ogni territorio fa storia a sé. Un ruolo significativo senza dubbio è giocato dagli ingredienti diversi nelle torte regionali dei redditi.
L’Irpef è questione soprattutto di lavoro dipendente, che da sola produce il 61 per cento del gettito totale: in questo quadro, i dipendenti privati hanno sofferto di più delle ventate della crisi, e i territori in cui l’industrializzazione e la rete di servizi sono più ramificate si sono ovviamente concentrate le difficoltà di tenuta dei posti di lavoro. L’intervento massiccio degli ammortizzatori sociali ha evitato il peggio, ma i redditi sono diminuiti. Dove invece cresce il peso del lavoro pubblico il problema si attenua, e questa dinamica si dovrebbe essere riprodotta anche nel 2010 (che saranno ritratti nelle prossime dichiarazioni): è vero che l’anno scorso le buste paga del pubblico impiego sono cresciute (+1,3%) meno rispetto al privato (+2,4%; si veda Il Sole 24 Ore di ieri), ma come ha ricordato lo stesso ministro Brunetta non sono diminuiti i posti di lavoro, il che conta. Una spinta al «recupero» del Sud, poi, potrebbe arrivare dall’incremento della lotta all’evasione (si veda l’articolo sotto), visto che tutte le analisi del «nero» nell’imposta sui redditi concordano nell’indicare un maggior tasso di infedeltà fiscale al Sud.
Una «menzione speciale», come accennato, va ai territori autonomi del Nord: crisi o non crisi, in provincia di Bolzano i redditi medi segnano un +3,3% rispetto all’anno prima, doppiando anche i vicini trentini (che comunque crescono dell’1,5%), mentre la Valle d’Aosta vede aumentare le entrate del 2,2% e anche il Friuli, pur meno brillante, stacca la media nazionale. Segno che i governatori di quei territori hanno fatto bene a difendere con le unghie la loro «specialità», che evidentemente aiuta a intervenire in modo più flessibile sul sistema produttivo: pazienza, però, se questo doppio binario rischia di attutire gli effetti del federalismo sui loro vicini «ordinari».

Fonte: Trovati Gianni da il Sole 24 Ore di venerdì 11 marzo 2011, pagina 2

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