Tassa sul web contro la crisi dell’editoria

È una delle crisi più acute nella storia della stampa italiana. Così la definisce la Fieg, la federazione dei maggiori editori, che ha presentato ieri, alla Camera, i dati sullo stato del settore nel triennio 2007-2009. «È una situazione difficile da reggere – commenta Carlo Malinconico, presidente della Fieg – quando i fondamentali, come il margine operativo lordo, subiscono una forte contrazione. Bisogna capire dove recuperare risorse, mentre le vendite scendono e la pubblicità ancora di più». La Fieg indica diversi provvedimenti che dovrebbero confluire in una riforma organica del settore che indichi la via di una politica industriale finora assente. «Occorre, ad esempio – continua Malinconico – intervenire sulle utilizzazione improprie dei contenuti. Abbiamo presentato ricorsi all’Antitrust e all’Ue, ma i tempi sono lunghi. Occorre un’iniziativa in tempi brevi, coinvolgendo i motori di ricerca o quelli che hanno la connessione in Adsl». Un’ipotesi potrebbe essere quella di un mini-prelievo per chi naviga on line. «Le risorse pubbliche per il settore – continua Malinconico – sono diminuite del 53% in tre anni. Si va avanti per interventi spot, come sull’abolizione delle tariffe postali agevolate o un Regolamento sui finanziamenti ancora non approvato. Non si fa così. E la televisione sarà ancora più forte, pubblicitariamente, con il product placement all’interno dei programmi».

I "fondamentali" del settore hanno tutti un segno negativo. Nel triennio i quotidiani hanno perso 558mila copie di venduto e nel 2009, secondo le ultime stime, si scenderà sotto quota "5 milioni" di media giornaliera (nel 2000 si era ancora sopra quota "6 milioni"). I segnali di maggiore debolezza vengono dai quotidiani nazionali (-9,5%) rispetto a quelli regionali (-4,9%). A fronte di una media nazionale di 86 copie vendute ogni mille abitanti, la media nelle regioni meridionali è di 56 copie, quasi la metà rispetto al Nord (102) e al Centro (99). Liguria e Friuli Venezia Giulia sono le regioni con la più alta media di copie vendute ogni mille abitanti (142 e 138, rispettivamente), la Basilicata è in coda con 39 copie, mentre, come al solito, la Sardegna fa eccezione (125 copie ogni mille abitanti). Il primo trimestre del 2010 ha visto un ulteriore calo della diffusione del 6% per i quotidiani, che invece recuperano uno 0,6% di pubblicità sul primo trimestre 2009.

Sulla pubblicità, la Fieg rileva «l’anomalia italiana» rispetto al resto d’Europa. La tv è al 53,9% dei ricavi nel 2008, la stampa, tutta, al 30,9. In Francia vi è parità (34,1% alla stampa, 33,7% alla tv). In tutti gli altri paesi europei, com’è noto, la stampa ha percentuali superiori a quelle televisive, a eccezione del Portogallo; e, appunto, dell’Italia.

Con questo andamento delle due principali voci di ricavo, non meravigliano i dati sull’andamento delle imprese editrici nel triennio. Quelle di quotidiani hanno ricavi che, nel 2009, scendono del 9% sul 2008, anno in cui sono già scesi del 4,5% sull’anno precedente. Scendono anche i costi operativi, ma in misura meno accentuata, del 5% sul 2008. Il margine operativo lordo complessivo è ancora positivo, ma scende dell’89,7% in un solo anno, dopo il quasi 40% di calo nel 2008. Uno dei fattori che incide negativamente sui bilanci è il calo verticale dei cosiddetti "collaterali" (Cd, Dvd, Libri). Nel 2006 valevano 455 milioni di introiti, nel 2008 sono scesi a 271, con un calo del 45,6% in due anni. Tra le imprese editrici di quotidiani, nel 2006 38 erano in utile e 22 in perdita. Ora è quasi parità: 29 in utile e 28 in perdita nel 2008.

Nel segmento dei periodici va anche peggio. I ricavi editoriali calano del 14,4% nel 2009, con un crollo del 29,5% della pubblicità. La diffusione dei settimanali è calata del 5,6% tra il 2008 e l’anno successivo. Quella dei mensili è calata ancor di più, dell’8,9%. Tutto questo avviene con una crescita della pubblicità sul Web ben inferiore a quella di altri paesi europei: in Italia, secondo Fieg, dall’1,2% del 2003 si è passati al 3,7% del 2008, in Gran Bretagna, nello stesso periodo, è passata dal 2,8 al 23 per cento.

Fonte : IlSole24Ore

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