Tassa sul macinato, un ruolo fiscale al mugnaio per una

L’introduzione della gabella nel periodo post-unitario pone il molinarium al centro del sistema tributario
Il mugnaio nell’Italia post-unitaria ha assunto un ruolo di primo piano nella struttura del sistema fiscal-finanziario del Regno sabaudo. Le testimonianze contenute negli archivi storiografici e le fonti bibliografiche spesso rivelano situazioni poco conosciute e per questo ricche di particolari.
Si scopre così che al molinarium (colui che macina con la mola), figura da sempre a metà strada tra la realtà e la fantasia, era demandato anche il ruolo di esattore dell’imposta sul macinato. Un incarico che i diretti interessati non accettarono di buon grado, divisi come erano tra l’atteggiamento di difesa nei riguardi dei contadini, diffidenti per la funzione esattoriale che essi esercitavano, e la pretesa da parte dello Stato di osservare e applicare la legge.
 
Le origini dell’imposta sul macinato
L’imposta ha rappresentato, nei primi anni del periodo post-unitario, una misura di politica finanziaria utilizzata per risolvere in via definitiva il problema del disavanzo. Definita dalla opposizione parlamentare “tassa affamatrice del povero perché tutti consumano la farina quando si nutrono di pane”, provocò dimostrazioni, disordini, saccheggi e incendi dal Nord al Sud della penisola. Le cronache dell’epoca parlano di 250 morti e più di un migliaio di feriti. Ma il giovane Regno d’Italia, stretto tra l’esigenza di ridurre il deficit statale, appesantito dai costi delle guerre di indipendenza e dal brigantaggio, e la necessità di fronteggiare la crisi economica, il 1° gennaio 1869 introduce l’imposta sul macinato. L’unica in grado di garantire alle casse dello Stato, secondo il ministro delle Finanze Quintino Sella, un introito annuo di cento milioni di lire. La legge, pubblicata il 7 luglio 1868, entrò in vigore con decorrenza 1º gennaio 1869.
 
Le caratteristiche dell’imposta
Due lire per quintale sul grano, una lira per quintale sul granoturco e la segala, 1,2 lire al quintale per l’avena e i cereali inferiori, 0,5 lire al quintale per castagne essiccate e legumi secchi. Queste le principali caratteristiche di una imposta che, riscossa dal mugnaio al momento della macinazione, costituiva un vero e proprio dazio erariale. A essere colpite erano indistintamente tutte le operazioni di molitura attraverso le quali si trasformava il chicco di frumento in farina.
 
Le modalità di riscossione
L’imposta indiretta, ai fini del prelievo, gravava tanto sul mugnaio quanto sul contadino. In particolare, per il mugnaio il calcolo dell’imposta assumeva come valore di riferimento i giri del contatore installato sulla macina, mentre per il contadino l’imposta era commisurata al peso del grano. La legge istitutiva dell’imposta prevedeva infatti l’utilizzo di un apposito “contatore” di giri, che, a causa di ritardi nell’installazione, venne sostituito in alcuni casi anche da una apposita “bolletta” rilasciata dal mugnaio.
 
Al mugnaio il ruolo di esattore
Un ruolo di esazione che, nell’uno e nell’altro caso, i mugnai si trovarono a svolgere loro malgrado e che fu al centro di vivaci proteste. Infatti, il prelievo fiscale sul sacco di grano, portato dal contadino al mulino, era di duplice natura. Una parte era riscossa dal mugnaio a titolo di “molenda” (il prezzo che veniva pagato per trasformare il grano in farina) e un’altra parte era il frutto del prelievo effettuato dal mugnaio nella veste di esattore governativo come corrispettivo dell’imposta sul macinato.
 
Uno strumento per risanare i conti pubblici
La tassa sul macinato fu la gabella che determinò l’impatto più rilevante per l’epoca. Lo strumento, mal visto sia da parte governativa sia da parte popolare, si rivelò fondamentale per ottenere quel pareggio di bilancio raggiunto dallo Stato sabaudo pochi anni dopo, nel 1875. Ma l’imposta, una volta conseguito l’obiettivo finanziario, durò più del previsto e, dopo una prima riduzione nel 1880, fu soppressa definitivamente nel 1884 sotto il ministero Cairoli-Depretis.
 
La prossimità nell’esazione fiscale. I decurioni nell’antica Roma
L’idea di affidare ai mugnai il ruolo di esazione dell’imposta non è un’idea del tutto nuova. Sempre facendo riferimento alle fonti storiografiche, si scopre che il primo ad aver utilizzato il principio della prossimità nella esazione fiscale è stato l’imperatore Diocleziano. A lui si deve l’introduzione dell’ordo decurionum, un consiglio con vari rappresentanti dislocati su tutto il territorio nazionale a cui fu affidato l’incarico di riscossione delle imposte nelle province dell’Impero. I decurioni erano rappresentanti di questo Consiglio ed erano così definiti perché a questa struttura accedeva un decimo dei coloni e ogni membro era considerato il capo di una decuria di coloni. In ogni città figuravano dai 100 ai 150 decurioni, ai quali venne attributo uno status giuridico particolare. Erano infatti personalmente responsabili del gettito fiscale prefissato d’autorità nel territorio di competenza.
Fonte : IlFiscoOggi

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