Cambiare operatore telefonico: un’impresa impossibile?

In una lettera che Altroconsumo ha inviato in data 11 settembre ai principali esponenti dell’Agcom, l’Autorità garante per le comunicazioni, c’è l’essenza di un problema di fondo che il sistema Italia si porta dietro, irrisolto, da quando il processo di deregulation delle Tlc ha preso avvio, qualche anno fa. Si legge infatti nella nota dell’Associazione a tutela dei consumatori come “… ancora oggi i clienti lamentano difficoltà, lentezze e disservizi nel cambiare operatore di rete fissa, difficoltà che in alcuni casi hanno addirittura impedito il passaggio da un operatore all’altro negando agli utenti il diritto di scelta…”.

Il contenuto della denuncia è assai esplicito e fa a pugni con la sentenza che i giudici della sesta sezione del Consiglio di Stato hanno emesso il 14 settembre, sentenza che definisce in tre giorni i tempi necessari per cambiare l’operatore telefonico mantenendo il vecchio numero e ribalta quella del Tar del Lazio di pochi mesi fa, che aveva bocciato la delibera in materia dell’Autorità garante delle comunicazioni.

La buona notizia per gli utenti è invece arrivata e nell’arco di sole 72 ore i carrier telco nazionali devono quindi attivarsi per far transitare un cliente da un operatore all’altro e di conseguenza cade l’obbligo per chi intende cambiare gestore di procedere con un preavviso minimo di 30 giorni. Ma non solo. Nel chiedere (e ottenere) di ridurre i tempi della portabilità del numero, la delibera va a risolvere alla radice un altro spiacevole inconveniente pendente sul capo degli utenti, e cioè il fatto di vedersi bloccare la pratica di cambio operatore in caso di mancata reperibilità alla chiamata di conferma effettuta dal carrier uscente (pratica messa in atto soprattutto da Telecom Italia). Tutto risolto quindi? Non esattamente.

La difficoltà di passare da un operatore all’altro è tutt’ora reale e non solo quando di mezzo c’è l’ex monopolista, che controlla attualmente circa l’80% del mercato della telefonia fissa. I casi per cui un utente di servizi di telefonia fissa o Adsl, residenziale o business che sia, si trovi praticamente impossibilitato nel passare da Fastweb a un altro operatore (l’esempio, documentabile, riguarda una richiesta di portabilità ancora inevasa verso Vodafone) in tempi ragionevoli non sono rari. Anzi.

Nella lettera di Altroconsumo si fa inoltre esplicito riferimento al cosiddetto “codice segreto”, il Pin che la stessa Agcom ha proposto come vincolo obbligatorio a partire da marzo 2010 per poter rendere operativo il passaggio a un nuovo operatore. Perché introdurre, si chiedono Altroconsumo e alcuni esponenti della maggioranza (il leghista Jhonny Crosio ha presentato in materia un’interpellanza alla Camera), un codice numerico segreto che il vecchio operatore deve rilasciare al cliente quando questi decide di passare a un nuovo gestore telefonico, codice che deve poi essere comunicato al nuovo operatore per rendere valido il passaggio?

Il nuovo vincolo, nelle intenzioni dell’Autority, rappresenta una garanzia circa l’effettiva espressione di volontà dell’utente a cambiare fornitore e risolverebbe del tutto il problema (non così comune a quanto pare) di passaggi non autorizzati a un altro operatore. Vista la questione dal lato utenti, non è poi così astruso sostenere che il famigerato codice possa diventare, come sostiene Altroconsumo, “uno strumento utilizzabile dagli stessi gestori per impedire o ritardare il passaggio dei loro clienti verso un concorrente, con la conseguenza di bloccare la già difficile crescita di una reale concorrenza nella telefonia”.

In effetti eventuali ritardi o errori nella trasmissione del Pin all’utente sarebbero automaticamente un ostacolo insormontabile per il buon esito della richiesta, al punto da indurre l’utente (estremizzando il concetto) a rinunciare alla volontà di cambiare operatore. Senza contare poi gli impatti che la diffusione e la ricorrenza di “anomalie procedurali” potrebbero generare alla lunga sulla concorrenza e sulla trasparenza delle offerte (prezzi ovviamente compresi).

La libertà di scegliere il provider di servizi di rete fissa che più aggrada, in definitiva, è tale ma solo sulla carta o comunque non è un diritto (o meglio una fortuna) di tutti. Se pensiamo che nel giugno del 2008 gli stessi operatori avevano accolto la delibera dell’Agcom per consentire il passaggio diretto – senza passare cioè da Telecom Italia, pagando a questa il canone di attivazione di una linea base – entro 30 giorni da un gestore telefonico o di servizi di accesso Adsl, a distanza di un anno qualche piccolo passo in avanti è stato fatto. L’auspicio è che ora non se ne facciano, come accaduto in passato in materia di telecomunicazioni, qualcuno indietro.

Fonte : ilSole24Ore

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